Parrucchiera a Codogno: Anna Josè Buttafava

Cosa ha significato vivere nella “zona rossa”? Quali le emozioni che hanno segnato quei giorni e che rappresentano ancora oggi un quotidiano difficile? Diamo la parola a Anna Josè Buttafava, da 40 anni nel settore ma venuta alla ribalta per la sua partecipazione a Piazza Pulita, su La 7…


di Laura Castelli

Tre saloni e ventun dipendenti per una vita professionale di oltre quarant’anni in quel di Codogno, cittadina attualmente sotto i riflettori per essere stata uno dei focolai del Coronavirus. Anna José Buttafava racconta ad Estetica la propria testimonianza, di professionista e persona, in un momento in cui tutta Italia guarda all’esperienza delle zone rosse come a un importante riferimento.

Anna quando hai realizzato quello che stava realmente accadendo? C’è stato un momento preciso?

Quel venerdì mattina ci siamo svegliati con la notizia del paziente ‘uno’, ma non si è subito capita la gravità della cosa. Come i tutti i giorni siamo andati a lavorare, ed è stato un susseguirsi di passaparola anche da parte delle clienti, che chiamavano per disdire. La situazione è precipitata nel giro di poche ore: alle 14 l’ordinanza del sindaco che chiudeva bar e alimentari. Alle 18 però non c’erano ancora disposizioni per gli altri negozi: in quel momento preciso abbiamo comunque preso la decisione di non aprire il sabato e di avvertire tutte le clienti, disdicendo gli appuntamenti. Abbiamo fatto bene, alle 19 è arrivato il provvedimento di chiusura di tutte le attività.

Come avete vissuto la paura del contagio?

All’inizio circolavano voci che fosse poco più di una influenza, pericolosa solo per le persone che avessero altre patologie gravi. Lo ammetto, ho pianto i primi giorni, temevo anche per mio marito, cardiopatico. Sono uscita a fare spesa e ho realizzato che eravamo in uno stato di allerta altissimo. Quello che ho visto sui telegiornali non rendeva l’idea di quanto abbiamo vissuto realmente: blindati dalle forze dell’ordine e dall’esercito, che presidiavano i varchi e pattugliavano le strade, con l’elicottero che ci sorvolava. Sembrava di essere in uno stato di assedio. I primi giorni ho reagito, insieme anche agli altri commercianti e alla Confartigianato, perché volevamo lavorare, anche con orario ridotto, con tutte le precauzioni del mondo possibili. Mi sono fatta sanificare il negozio e attivata per i presidi specifici… ma ben presto ho realizzato la gravità della situazione: ogni giorno qui si faceva “la conta” di chi si ammalava. Allora mi sono ritirata in me stessa e in casa. Anche perché man mano venivano colpiti amici e parenti di ognuno di noi: coppie che se ne andavano in pochi giorni, ragazzi che rimanevano senza mamma e papà… devastante. Quello che colpiva era il silenzio: tutto ovattato, come quando nevica, rotto solo dalle continue sirene delle ambulanze e dal rumore dell’elicottero. Poi il dolore delle persone: quando sei ricoverato amici o parenti dipendono dalle telefonate che forse lasciano fare al paziente se ha il suo cellulare ed è ancora in grado di rispondere, oppure aspettano di riuscire a parlare con il centralino o con qualche infermiere di buon cuore. Finché molto spesso si arriva al decesso e il saluto si fa fuori dal cimitero, da lontano e lontani gli uni dagli altri.
Con l’otto marzo è finita la zona rossa, e ancora una volta ci siamo confrontate: riaprire? E come? Stando a un metro di distanza? Con che garanzie di tutela per noi e le clienti? E ancora una volta – prima del decreto nazionale, abbiamo deciso di mantenere la chiusura perché ormai avevamo coscienza di quello che stava succedendo, eravamo nel pieno del contagio e dei decessi…

Hai confessato le tue difficoltà in televisione: come ti sei mossa per la tua attività?

Non mi vergogno a dirlo, ho pensato subito anche a cosa significavano 15 giorni di mancato incasso. Sia dal punto di vista generale, perché – inutile nasconderlo – in questi ultimi anni le entrate servono essenzialmente a coprire le uscite. La concorrenza si fa sempre più sleale e gioca al ribasso. Da tempo non tocchiamo i prezzi mentre le spese aumentano: parlerei non di calo di fatturato ma calo di utili. La flessione c’è e si sente. Non si riesce certo ad accantonare per far fronte ad emergenze così gravi e inaspettate. Poi c’è anche un aspetto contingente, legato al periodo: a dicembre si devono pagare stipendi e tredicesime, poi a novembre e dicembre c’è l’acconto dell’Iva, a gennaio la doppia contribuzione e si lavora poco: questa cosa è arrivata in un momento in cui la liquidità proprio non c’è. Quindi c’è stata la paura del fallimento. Per fortuna ho una buona reputazione: ho sempre lavorato bene coi fornitori e le banche, rispettando i termini di pagamento. Devo anche dire che le due aziende importanti con cui lavoro, Wella e Aveda, mi hanno immediatamente contattato venendomi subito incontro: una cosa bellissima. E alla banca adesso ho chiesto un finanziamento che penso mi concederà, ma oggi è tutto un forse, magari, si vedrà… Per me e per tanti colleghi…

In questo momento di grande difficoltà, ci raccontavi che hai comunque registrato qualcosa di positivo… Cosa intendi?

Mi è sempre sembrato di dover impiegare tante energie per tenere unito il mio team. Quello che è successo, invece, ha fatto emergere una squadra compatta e unita, solidale. Abbiamo una chat in cui tutti i giorni si mandano messaggi positivi, ci si incoraggia a vicenda, ci si sostiene, si mandano i disegni dei bambini… È emerso pienamente il buono e il bello dal mio team. Oltre al fatto che tanti anni di esperienza in fondo mi hanno insegnato a prendere le decisioni giuste al momento giusto, tenendo chiuso ancor prima del decreto governativo. Decisioni sofferte ma tempestive e coerenti…

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