5 Luglio 2022

Favolosi Sixties

Noto soprattutto come attore, Dennis Hopper è stato il protagonista di una mostra parigina che mira a rivalutare la sua opera di fotografo.


Aveva la faccia giusta, l’espressione di chi non ama farsi etichettare. Artista nel senso meno inflazionato del termine, di questi tempi è un epiteto che si spende troppo volentieri, Dennis Hopper era nato nel Kansas nel 1936 ed è rimasto nei ricordi dei più attenti cultori del cinema come un interprete ruvido e spigoloso, perfetto come caratterista in ruoli che esaltavano la sua naturale tendenza alla ribellione.

Era un outsider per natura e, come tutti i non allineati, gli anticonformisti autentici, aveva un ego che tendeva a uscire dai risicati confini che Hollywood gli aveva tracciato su misura, per esaltarne il mood alternativo. Attore per il grande pubblico, ma anche regista e sceneggiatore, Dennis Hopper è ora giustamente ricordato anche per un’altra delle sue grandi passioni: l’amore per la fotografia. Un sentimento del tutto ricambiato verrebbe spontaneo dire, guardando i ritratti in bianco e nero che sono stati esposti fino al 9 gennaio scorso lla Galerie Thaddaeus Ropac di Paris Pantin, per la mostra Icons Of The Sixties che includeva anche un'installazione, una scultura, due dipinti e una pellicola sperimentale. Forme d'arte diverse, tutte maturate nel circuito underground californiano, ma accomunate da un'unica prospettiva “influenzata dall'espressionismo astratto e dal jazz”.

Ma se gran parte della produzione pittorica giovanile è andata persa, in seguito a un incendio del 1961 che distrusse la sua casa di Bel Air, le opere fotografiche di Hopper sono giunte fino ai nostri tempi come documenti fondamentali per comprendere l'American Way of Life, in particolare della West Coast, in tutto il suo fulgore: un'età d'oro della cultura pop che si nutriva di tendenze Beat e Pop Art.

Sintesi perfetta di tendenze pittoriche e visione cinematografica, gli scatti presenti all'exhibition parigina sono stati la prova di un talento versatile che amava esprimersi dietro l'obiettivo di una macchina fotografica prima ancora di cimentarsi con una cinepresa. Prima cioè di giungere al successo planetario di un film come Easy Rider, del 1969.

Le fotografie alla Galerie Thaddaeus Ropac sono lo specchio di un decennio, quello dei favolosi Sixties, vissuto al centro di un movimento culturale in cui Andy Warhol rappresentava il riferimento numero uno. Ed è proprio da una serie d’incontri con il padre della Pop Art – a New York e poi a Los Angeles nei primissimi anni Sessanta – che nasce in Hopper l’urgenza di catturare lo Zeitgeist di un periodo ben preciso.

Lo spirito della Beat Generation immortalato in una serie di ritratti che, guardati a distanza di oltre cinquant’anni, rivelano un’aura potente, quasi spirituale. Comunicano, senza bisogno di tante didascalie, il punto di vista essenziale di un artista vero che amava la sua arte, qualunque forma assumesse. Un rarissimo esempio di amore corrisposto.

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