19 Settembre 2021

Aldo Coppola si racconta

L’icona della coiffure e del fashion ripercorrre la sua carriera e dice: “Il mio è un messaggio d’amore”.


CoppolaUn pregio e un difetto di Aldo Coppola.
Voglio bene al mio prossimo e, nel lavoro, desidero aiutare chi mi circonda a crescere professionalmente e sotto il profilo personale. Per questo sento una grande affinità con Trevor Sorbie: anche lui “si dà” senza risparmiarsi, trasmettendo tutto ciò che sa. In quanto al difetto, vedo con chiarezza e anche con un certo anticipo ciò che in una situazione non funziona e non potrà funzionare. Il che a molti non piace.

Cosa ti infastidisce o ti addolora?
Venire deluso dalle persone a cui ho dedicato tempo, energie, passione. Chi ti volta le spalle pensa solo al suo particolare e non a una costruzione comune. Manca di progettualità e non conosce la gratitudine. Comunque, malgrado qualche brutta esperienza recente, non sono e non voglio diventare diffidente.

Parliamo dei tuoi inizi.
Avevi tredici anni e… Mio padre, che faceva il parrucchiere ed era instancabile, mi disse la fatidica frase: “O studi o lavori”. Ho scelto la seconda. Il primo passo è stato entrare nell’Unasas, dove ho incontrato l’allora presidente Felice Sartorio, uomo eccezionale che aprì l’accademia – fino a quel momento riservata ai figli dei parrucchieri – a tutti i giovani. Mi chiamava scugnizzo, perché ero parecchio vivace, ma aveva stima di me. Un periodo bellissimo, di costruzione e di sogni. A quindici anni pensavo già alla possibilità di aprire nuovi saloni, avviarli e venderli. Mio padre però mi frenava…

Il talento è tutto?
È un dono di natura. Poi ci vuole tenacia, capacità di autocritica, coraggio di non sentirsi mai arrivati. Io ho sempre il cervello “che bolle”, e la paura di scendere dalla vetta non mi abbandona mai. Sentirsi arrivati significa essere finiti.

Cos’è il successo?
Apprendistato costante, impegno e passione.

La tua prima volta sul palcoscenico.
Avevo quindici anni ed ero campione lombardo di acconciatura. Non ricordo dove sia successo, ma ricordo bene l’emozione, la commozione. Mi sento così ancora oggi, ogni volta che sono davanti al pubblico.

Quando e come è nata la tua collaborazione con la moda?
Avevo da poco lasciato il salone di mio padre per entrare come lavorante in un’altra realtà. Per una serie di coincidenze, vengo chiamato a Pitti da Biki. Nel backstage delle sfilate si lavorava sotto una tensione pazzesca. Mi sentivo un bambino sperduto, ma capivo di avere la grande opportunità di conoscere un mondo completamente diverso da quello del salone. Non avrei mai potuto far fronte a quell’impegno senza gli insegnamenti di mio padre e dell’accademia. I giovani di oggi, purtroppo, oppongono resistenza al sacrificio, alla costruzione delle basi. Non capiscono che accontentare una cliente è vincere un concorso, scontentarne una significa perderne dieci.

Il tuo primo salone.
Via Manzoni 14, centocinquanta metri quadrati. Ho dipinto i muri, messo la moquette, poi sono andato in un mercatino a comprare delle sedie savonarola e specchi con cornice in finto noce. Con la mia “due cavalli” portavo i mobili di notte per non dare troppo nell’occhio. Un’avventura stupenda!

Una svolta importante.
Per ciò che riguarda la vita del salone, quando – nel ’65 o ’66 – ho buttato via tutti i caschi, sostituendoli con spazzola e phon. Volevo una donna naturale, senza impalcature. Purtroppo alcune clienti non hanno capito che il brushing era il futuro e le ho perse. Un altro momento decisivo è stato, nel 1980, l’inizio della partnership con L’Oréal Professionnel, da cui sono tra l’altro scaturiti i libri d’arte che amo molto.

Gli anni più vivaci?
Il ’68 e ’69. Sfilate e shooting a raffica con i couturier top e con i più grandi fotografi. Ho lavorato con tutti: da Giampaolo Barbieri ad Horst, da Carlo Orsi a Norman Parkinson, al mio amico fraterno Oliviero Toscani, solo per citarne alcuni. Con loro ho conosciuto il mondo e imparato tante cose. Un periodo intensissimo, di grande tensione. Se per qualche ragione non ce la facevo ad essere presente sul set o nel backstage di una passerella, perdevo il cliente. Con Versace, ad esempio, è andata proprio così.

Lo stilista con cui ti senti più in sintonia?
La nostra abilità è quella di entrare in sintonia, anzi in simbiosi, con ogni stilista che richieda la nostra collaborazione, interpretando il suo specifico modo di vedere la donna. Se parliamo di affinità, l’ho sempre sentita con Giorgio Armani. Grandissimo, soprattutto se non si lascia condizionare da chi lo circonda.

Che capo sei?
Molto esigente, severo. Secondo me, ogni errore è una sconfitta.

Che padre sei?
Ho lavorato tanto perciò sono stato un padre poco presente, forse anche non abbastanza affettuoso. Ma i miei figli, Aldo jr. e Monica, sanno che possono contare su di me in qualsiasi momento, specialmente in quelli difficili.

Il riposo del guerriero.
Diciamo il relax del guerriero. Nella mia azienda agricola, con i miei cavalli. A casa, insieme alla mia famiglia. Non c’è niente di meglio, per me.

Rimpianti?
Direi nessuno, sono contento delle scelte che ho fatto. Solo una cosa. Vorrei aver imparato qualche anno fa ad assaporare un panorama, un fiore, gli animali, le persone, con la sensibilità di oggi. Il mondo è così bello, ma bisogna saperlo leggere con gli occhi e con il cuore. E con la consapevolezza che un giorno lo si perderà.

Ieri, oggi. E domani?
Ah, non sono ancora soddisfatto. Voglio inventare qualcosa di nuovo. Chi dice che nel nostro lavoro è già stato fatto tutto sbaglia”.

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